Marina Cimino
Storia dell’Ostetricia

Dicono che noi donne vivendo in casa viviamo
senza pericoli e l’uomo ha i pericoli della guerra.
Ragionamento insensato. Vorrei tre volte trovarmi
nella battaglia anziché partorire una sola.

“Medea”            Euripide

Le origini dell’ostetricia si possono far risalire a quelle dell’umanità.

L’arte ostetrica nasce con la necessità della donna di essere aiutata nel momento del parto ed è influenzata da riti e pratiche magiche, così come lo erano nell’antichità tutti i momenti importanti della vita.

L’interesse dottrinale per la disciplina ostetrica portò le più antiche civiltà a manifestare i primi tentativi di trasmissione scritta del sapere ostetrico.

I Sumeri nel 2000. a.C. ci hanno tramandato 25 tavolette con scene di parti.

I medici, che nell’antichità spesso erano anche sacerdoti, (presso gli Indiani e gli Egizi) venivano consultati dalle donne solo nei casi di parti difficili e anomali, perché invocassero l’aiuto della divinità e questo carattere teologico dell’ostetricia ne impedì il progresso per secoli.

Presso i greci, invece, erano i medici ad occuparsi di ostetricia e la loro esperienza fu raccolta da Ippocrate (460 a.C.-377 a.C. ca.) per il quale vi era la negazione dell’intervento divino nella malattia e non questa ma l’uomo era al centro della medicina. Le nozioni ostetriche furono tramandate nel Corpus Hippocraticum.

La Scuola Alessandrina (III sec. a.C.) fece progredire ancor più la medicina razionale ippocratica e questa disciplina grazie agli studi anatomici.

In epoca romana viene promulgata la Lex Regia, primo documento legale che obbliga ad eseguire il taglio cesareo sulle donne morte in gravidanza o durante il parto, dando così un nuovo impulso alla disciplina e allo studio dell’anatomia genitale femminile grazie alle osservazioni dirette sui cadaveri.

Sorano d’Efeso, (fine I sec. D.C.),  allievo della Scuola Alessandrina e continuatore della sapienza greca in Roma, è il miglior scrittore di ostetricia di questo periodo

Con la caduta dell’Impero Romano gli studi sull’ostetricia decaddero e gli stessi Arabi, progrediti in altri campi della medicina, non fecero progredire l’arte ostetrica poiché era loro vietato studiare i cadaveri e l’entrata negli harem.

Con il Medioevo  le tenebre cadono sull’ostetricia e qualche chiarore, nei primi due secoli del secondo millennio,  esce dai chiostri dove si sono raccolti gli antichi saperi.

La Scuola di Salerno, di tradizione ippocratica, che nel 1213 assunse carattere di Università, annovera la mitica figura di Trotula con la sua opera: De mulierum passionibus ante, in e post partum che, se non di grande valore scientifico, testimonia l’interesse della scuola per l’ostetricia.

Ma è col XIII sec. che le conoscenze ostetriche ebbero uno sviluppo con l’istituzione delle prime Università (Bologna, Parigi, Padova…) e l’approfondimento degli studi di anatomia e chirurgia.

Nel XV sec. gli scritti ostetrici sono quasi tutti italiani, molta influenza esercita la scoperta della stampa (1436) e molto più il progresso degli studi anatomici e chirurgici.

Lo stesso Leonardo da Vinci (1452-1519), grande ricercatore in campo biologico e con interessi precisi verso ciò che concerne il problema della nascita e della gravidanza, studierà la morfologia e la fisiologia degli organi della generazione con le idee aperte del nuovo secolo

Questo processo si compie nel XVI sec. con la diffusione della stampa, il ritorno al classicismo, la libera discussione nelle Università  che mettono un freno alla onnipotenza della Chiesa e pongono le basi per l’evoluzione dell’ostetricia in senso moderno.

L’ostetricia come scienza, che affonda le sue basi nelle rigide conoscenze morfologiche e fisiologiche e in questo secolo è ancora una branca della chirurgia,  ha inizio nel Rinascimento, con la rinascita degli studi anatomici, nel fervido clima intellettuale del ‘500.

L’uomo e la natura sono legati in stretto rapporto e viene spazzata via l’idea medievale dell’uomo isolato dalla natura fonte di male e peccato.

Questo contatto diretto porta inevitabilmente all’osservazione e all’esperimento rompendo i ponti con la magia e l’aristotelismo: la gravidanza e il parto perdono l’aspetto magico e mistico per acquisire i caratteri di fenomeno biologico.

Nel 1513 compare il primo libro di argomento esclusivamente ostetrico: De Swangern Frawen und Hebammen Rosengarten, di Eucharius Roesslin (?-1526). E’ una guida per levatrici scritta in volgare che fu tradotta in latino e diffusa in tutta l’Europa, esercitando notevole influenza sui contemporanei.

Giulio Cesare Aranzio (1530-1589), segna l’inizio degli studi di fisiologia fetale con il suo: De humano foetu.

Andrea Vesalio (1514-1564) infrange il dogma galenico e afferma l’anatomia come scienza dovuta all’osservazione diretta e per attuare tale progetto si realizzano i primi teatri anatomici per la dissezione di cadaveri, anche femminili. La sua opera De Corporis Humani Fabrica, descrive anche l’anatomia dell’apparato genitale femminile.

Nel 1596 viene pubblicato quello che può essere considerato il primo trattato italiano di ostetricia: La comare o raccoglitrice, di Scipione Mercurio (1540-1615), allievo dell’Aranzio.

Purtuttavia ai progressi negli studi ostetrici, non corrispose quello nell’assistenza al parto; per ragioni di pudore l’assistenza ostetrica rimase privilegio esclusivo delle donne ancora per anni.

L’arte ostetrica era praticata dalle levatrici o mammane [1] , spesso donne mature o vedove con esperienza pratica di parti ma nessuna conoscenza teorica. [2]

Nel XVI sec. la Francia avrà il primato nell’assistenza ostetrica. Si ricordi Ambroise Parè (1517-1590) famoso barbiere-chirurgo e Louyse Bourgeois, (1563-1666), allieva del Parè e levatrice di Maria de’Medici, formata non solo nella pratica ma anche nella scienza dell’assistenza ai parti.

A Parigi con l’affermarsi dell’ostetricia per merito di  Francoise Moriceau ( 1637-1709  ), primo chirurgo ad esercitare esclusivamente l’ostetricia,  all’Hotel Dieu nel XVII sec. e per tutto il ‘700, questa disciplina passa sempre più nelle mani dei chirurghi ostetrici, l’uomo entra nella pratica professionale provvedendo a inventare e collaudare strumenti chirurgici, come il forcipe, per aiutare le donne nei parti difficili, superando con il tecnicismo l’abilità pratica della levatrice.

Non è nuovo a questi interventi il fermento illuminista che, con la rivalutazione della persona umana,  spazza i pregiudizi e le usanze  tradizionali che impedivano alla mano maschile di intervenire durante il parto. [3]

L’intervento maschile nelle operazioni di parto, ( con la figura dell’accoucheur),  iniziato in Francia presso la borghesia e la nobiltà, si estese ben presto in Germania, Italia, Olanda, Svezia e Inghilterra.

In Europa con il ‘700 il parto, che fino ad allora era stato problema di donne, divenne, per le mutate esigenze politiche che richiedevano una migliore tutela della salute, oggetto di interessamento dei governanti. Si avverte la necessità di un’adeguata istruzione delle levatrici e degli ostetrici e la nascita di scuole per impartire le nozioni necessarie di arte ostetrica, per far fronte alla moria di donne e bambini durante il parto e per arginare l’esercizio abusivo della professione di levatrice. [4] A contendersi il primato in questo secolo sono la Francia, che coltiva di preferenza la parte operativa e l’Inghilterra, con un indirizzo meno interventista.

A Strasburgo, nel 1737,  Jacques Fried (1689-1769) istituì un insegnamento clinico per levatrici e studenti di medicina presso la sezione di ostetricia da lui diretta.

Nel 1745 a Parigi, per diretta richiesta di un gruppo di levatrici, si istituì il primo corso d’istruzione aperto anche ai medici e titolare della cattedra di ostetricia fu Jean Astruc (1684-1766).

A Berlino, nel 1751, sorse una scuola di ostetricia con G.F. Meckel.

Verso la metà del XVIII sec. l’istruzione delle levatrici fu migliorata anche in Inghilterrra, nel 1745 fu fondata a Londra una sezione maternità per l’insegnamento alle ostetriche con Thomas Denman (1733-1815), mentre risale al 1739 l’inaugurazione  della prima clinica ostetrica con R. Manningham (1690-1759).

In Italia già nel 1580 Lucrezia d’Este aveva fatto erigere in Ferrara la Casa di S. Maria del Soccorso per le donne in stato di gravidanza illegittimo da riportare sulla retta via. A Firenze nel XVII sec. il sacerdote Franci aveva dato vita ad un istituto analogo.

Ma tutte queste istituzioni avevano avuto scarsa influenza sulla preparazione delle levatrici italiane.

Un impulso all’istruzione si ebbe nel 1728 a Torino, con l’apertura presso l’ospedale S. Giovanni, di una sala parto per l’abilitazione pratica alla professione di ostetrica, pur se solo dopo il 1758 si prospetterà un insegnamento dell’ostetricia per gli studenti di chirurgia.

L’Italia era spezzettata in tanti piccoli stati e la mancanza di una legislazione unica, che regolasse i compiti e l’attività delle ostetriche, rese difficile la diffusione di questi istituti di istruzione .

Questo favorì l’usanza di oltrepassare spesso i limiti delle proprie competenze con grave danno per le madri e i bambini, aiutata dalla ritrosia delle partorienti a farsi assistere da chirurghi e di conseguenza la scarsa attrattiva di questi per l’ostetricia.

Ma è con la seconda metà del ‘700 che in Italia si affermeranno le scuole pubbliche per levatrici e chirurghi, che assumeranno il nome di ostetrici e le scuole stesse saranno le future cliniche ostetriche: l’ostetricia perde i caratteri di arte manuale per divenire scienza.

Il primo insegnamento pubblico della disciplina viene istituito a Bologna, nel 1757,  con Giovan Antonio Galli (1708-1782) e in questa città, nel 1768, viene pubblicata la prima rivista di ostetricia italiana: Dell’arte ostetrica, in fogli periodici con rami colorati.

Per la fondazione della prima Cattedra di Ostetricia a Firenze la data è controversa, non prima del 1758 con Giuseppe Vespa [5] (1727-1804) e nel 1773 l’insegnamento pratico per le levatrici.

Nel 1765 Luigi Calza, (1737-1784), bolognese di nascita e allievo del Galli, cultore specifico di ostetricia, fonda a Padova il primo Gabinetto Ostetrico avviando la cattedra: “De morbis mulierum, puerorum et artificum [6] e portando l’arte ostetrica a giorni felici.

A Milano nel 1767 si aprì una scuola per levatrici su iniziativa di Maria Teresa.

Nel 1768 a Padova si dispone di istituire una privata scuola d’Arte Ostetricia con il Calza a dirigerla, ma alterne vicende ritarderanno l’apertura della Scola d’ostetricia, presso l’Ospedale di S. Leonino, in Prato della Valle, fino al 1° Dicembre 1776.

Nel 1770 a Venezia sorge la scuola per Ostetriche con Giovanni Menini.

Nel 1774 a Siena a Giacomo Bartolomei viene conferito l’insegnamento in ostetricia.

Nel 1775 a Modena la cattedra andò ad Antonio Scarpa (1752-1832) allievo del Morgagni e cooperatore del Calza a Padova nella fabbricazione dei modelli anatomici.

Nel 1777 a Napoli a Domenico Ferrari.

Nel 1786 a Roma a Francesco Asdrubali (1756-1834)  presso l’Archiginnasio della Sapienza.

Altre scuole seguirono per tutto il  XVIII secolo. L’insegnamento dell’ostetricia era dato specialmente alle levatrici ed era pratico nelle province Lombardo-Venete e nella Toscana, per le relazioni con l’Austria, e a Torino per le relazioni con la Francia e l’Inghilterra. Negli stati soggetti al Pontefice l’insegnamento era dimostrativo e fatto per mezzo di macchine.

 

 

La  collezione Ostetrica

Nessun uomo può sperimentare su se stesso la morte, ma solo percepirla negli altri.

Immanuel Kant

Con il Rinascimento la cultura italiana, in tutti i campi, favorisce nuovi sistemi sperimentali e di studio e una delle conseguenze fu la libertà di apprezzare la bellezza del  corpo umano.

Medici e artisti attingono entrambi all’anatomia, gli uni per svelare i meccanismi del funzionamento del corpo umano, gli altri per dargli vita ed espressione.

Così è anche per il corpo della donna, si passa dalla figura stereotipata delle dame medievali a una donna più umana, madre. Lo studio anatomo-fisiologico, sempre più preciso e dettagliato, viene inserito in una nuova immagine nel tentativo di rappresentare un nuovo modello di femminilità e di maternità. L’esempio migliore di questo modello di donna lo si ritrova nella ceroplastica settecentesca.

La “carne per credenti” delle cere votive diventa a poco a poco la “carne per artisti”dei modelli. E da questi due precedenti  che deriva, storicamente e tecnicamente, la “carne per scienziati” delle cere anatomiche del XVIII secolo. [7]

Già durante il ‘500 si cominciarono ad usare modelli anatomici in cera o avorio per l’osservazione diretta dei fenomeni con impostazione scientifica. Si allontanano credenze e pregiudizi imperanti fino ad allora in ambito medico. Parte la ricerca in ambito anatomico che anima la curiositas dell’uomo moderno.

Leonardo stesso si occupa della figura umana sia nell’interesse della prospettiva sia per la conoscenza dei fenomeni, secondo una sensibilità naturalistica, ma la bidimensionalità del suo disegno anatomico non basta più, bisogna sfruttare la tridimensionalità per perfezionare la ricerca morfologica e funzionale e così Michelangelo eseguirà una “notomia”, poi perduta, un modello in cera del corpo umano, prototipo per tutto il ‘500 e ‘600.

Per tutto il ‘500 la cera viene utilizzata per preparare modelli diversi di interesse naturalistico, poi conservati nei primi musei scientifici, e nell’Italia centro-settentrionale, dove per tradizione religiosa si lavoravano figure in cera come ex voto, queste elaborazioni seguono quasi spontaneamente la tradizione già consolidata .

Lo stretto rapporto fra ceroplastica e anatomia è duplice, didattico e scientifico e deriva dalla necessità di sopperire al deterioramento dei pezzi anatomici, alla difficoltà di reperire cadaveri per studio, visto il divieto assoluto della Chiesa, tra la fine del ‘600 e tutto il ‘700, di studiare e sezionare i corpi umani. Ma non solo: le cere anatomiche erano un mezzo visuale per insegnare e diffondere l’anatomia, che era ancora patrimonio dei medici dotti,  fra coloro che medici non erano, i chirurghi e le levatrici, persone prive di studi classici e conoscenza del latino per avvicinarsi ai trattati scientifici.

A Firenze nel tardo ‘600 le cere anatomiche acquistano un vero valore scientifico con Gaetano Zumbo, (1656-1701) le cui opere sono raccolte al Museo della Specola di Firenze.

Dopo di lui, a Bologna, Ercole Lelli (1702-1766) darà un ulteriore impulso all’arte ceroplastica nella prima metà del ‘700. Quest’arte ritroverà il suo centro più fiorente di nuovo a Firenze, dopo la stagione bolognese, verso la fine del ‘700 per poi espandersi nel resto dell’Italia e all’estero con la creazione di musei e collezioni anatomiche e ostetriche. [8]

Con l’istituzione del primo gabinetto ostetrico e la scuola di ostetricia, due insegnamenti importanti per l’Università, a Padova si rende necessario provvedere alla fornitura di modelli anatomici ad uso didattico al fine di favorire le esercitazioni pratiche di levatrici e studenti di medicina.

Il Calza è bolognese e allievo del Galli, il quale già nel 1750 si era fatto costruire dei modelli anatomici in cera, la famosa “Suppellex Obstetricia”, a sue spese per il suo insegnamento privato. Si era avvalso dell’aiuto di famosi ceroplasti dell’epoca: Manzolini, Lelli e a Bologna la ceroplastica era un’arte fiorente in quel periodo.

Il Calza, quindi, attinge idee e modelli dal suo maestro e commissiona a due artisti di scuola bolognese, il Manfredini e il Sandri, dei modelli ostetrici in cera e cristallo e creta.

Quel che resta attualmente della cospicua collezione originaria (dovevano essere all’incirca una sessantina di cere) è rappresentato da 40 cere policrome che mostrano la fisiologia e la patologia dell’apparato genitale femminile e aspetti della gravidanza, del parto e del secondamento, e 22 crete colorate che illustrano le varie presentazioni e situazioni fetali, sia fisiologiche che patologiche.

Queste ultime così descritte dal Malacarne nel suo inventario del 1807:

 

Ventiquattro catini femminili di creta con altrettanti feti della medesima sostanza in situazioni diverse, e mobili, affin di poter a’ medesimi dar que’ movimenti, e quella direzion alle membra loro, che si stimano più convenevoli ad agevolar il parto. [9]

 

E il Selvatico riprenderà la descrizione nel 1869:

 

Il Calza provvide inoltre n. 22 preparati in creta di grandezza naturale. Anche questi, a testimonianza di alcuni esperti visitatori, superano per l’acutezza e finitezza di lavoro quelli dell’Università di Bologna. [10]

 

Nel 1958 il Premuda descrive:

 

Ventitre bacini femminili di creta con altrettanti feti mobili adatti ad impartire loro i movimenti più convenienti per agevolare il parto. [11]

 

Se la matematica non è un’opinione i conti sono fluttuanti! Fortunatamente sono arrivate fino ad oggi ‘quasi’ tutte e  in discreto stato di conservazione.

Discorso diverso per le cere, molte se ne sono perse col tempo, alcune di quelle che si sono conservate sono gravemente danneggiate e tutte andrebbero restaurate.

Dal conteggio dell’inventario di Malacarne risulterebbero 56 cere più un numero non precisato di:

 

Preparazioni rappresentanti la graduata contrazione, e stringimento naturale delle pareti, e della cavità dell’Utero. [12]

 

Per il Selvatico i committenti:

 

…fornirono il gabinetto di una ricca e distinta collezione di 62 pezzi in cera e vetro, di grandezza naturale. [13]

 

E il Premuda  ne annovera 51 con:

 

…il nostro vivo rammarico per la scomparsa di tanti pezzi interessanti e pregevoli che non siamo più riusciti a rintracciare mentre è da essere grati al Collega, Prof. Antonio De Marchi, attuale Aiuto presso la Clinica Ostetrica, che si è assunto ed ha portato a termine  il compito di provvedere alla restaurazione degli esemplari rimasti. [14]

 

CERE OSTETRICHE

Le cere policrome della collezione ostetrica, opera di Giovan Battista Manfredini, sono a grandezza naturale e fissate su vassoi in legno o tramite la cera stessa  o per mezzo di sostegni lignei piramidali.

Gran parte dei modelli che raffigurano l’utero gravido mostrano il loro contenuto attraverso coppe di cristallo o vetro che riproducono le membrane amniotiche.

Il colore è ora mescolato alla cera ora applicato all’esterno. L’analisi degli spettri di assorbimento a infrarossi delle cere, anche paragonato al lavoro di altri ceroplasti del tempo, non rivela differenze notevoli nella composizione: normale cera d’api con piccole variazioni di alcali e acidi liberi.

Gli studi furono eseguiti nel 1955 in occasione del restauro a cui furono sottoposte.

L’attribuzione spetta al Manfredini per omogeneità tecnico-stilistica: stesso tipo di vassoio in legno, rappresentazioni entro pesanti drappi di cera colorata, sostanze coloranti presenti all’interno dell’impasto o applicate all’esterno, mancanza di intelaiatura o matrici in ferro, tela o ossee, come rinvenute all’interno di altre cere. Per dare volume al modello e renderlo meno fragile il Manfredini ha qui usato della stoppa, come si è potuto vedere all’interno di alcune cere danneggiate che si presentavano cave e riempite di questo materiale. Ogni ceroplasta aveva tecniche proprie che, come tutti gli artigiani-artisti, preferiva non divulgare ed era seguito in tutti i passaggi dell’opera da un anatomico-dissettore, che preparava i pezzi da riprodurre prelevati dal cadavere. Del pezzo veniva fatta un copia esatta in creta  e su questa un calco in gesso che costituiva la matrice da poter riutilizzare per riprodurre più volte lo stesso modello. La parte più difficile e delicata del lavoro era la costruzione del modello definitivo, che richiedeva una grande precisione e la conoscenza delle varie sostanze da mescolare alla cera per avere la consistenza e il colore necessario, e questa operazione richiedeva grande perizia ed esperienza.

Il Manfredini aveva collaborato con l’anatomico Carlo Mondini.

La bellezza della finitura, l’arte nel riprodurre i feti, i particolari usati (come i capelli fini e radi), e la delicatezza delle espressioni e degli atteggiamenti fetali rivelano un alto valore artistico di questi modelli.

 

CRETE

Le crete colorate potrebbero essere attribuite al Sandri, scultore, ceroplasta ma anche modellatore di creta già attivo a Bologna.

Sono indurite per disseccamento e poi dipinte in colori naturali.

Difatti il calore e la delicatezza dei colori usati, la naturalezza dei feti non creano distacco o repulsione da parte del visitatore profano ma restituiscono l’emozione del momento della nascita, con fattezze gradevoli dei feti che sembrano bambole all’interno degli uteri materni aperti alla vista dello spettatore come contenitori naturali senza alcun ammiccamento barocco per il raccapricciante o l’orrido.

Il Malacarne e il Selvatico descrivono i feti come mobili all’interno dell’utero che li contiene per favorire lo studio del meccanismo del parto eutocico e distocico, mentre oggi appaiono ben fissati alla matrice e non più mobili. Forse per intervento successivo, per evitarne la rottura o la perdita?

Le crete assolvevano una funzione più pratica delle cere: minor costo e materia più facilmente manipolabile senza troppi riguardi, più resistente. Difatti erano conformate per l’esplorazione manuale degli allievi: medici e ostetriche, perché potessero riconoscere le presentazioni patologiche, i parti che si presentavano particolarmente difficili o impossibili per via naturale e altre anomalie al momento del parto, che potevano mettere a repentaglio la vita del feto e della madre.

 

STRUMENTI CHIRURGICI

Completa la collezione una raccolta di strumenti chirurgici iniziata da Rodolfo Lamprecht (1781-1860 ), con il quale nel 1819 viene fondata la Clinica Ostetrica, nel settecentesco Ospedale Civile.

La strumentazione contiene il meglio dell’ostetricia 700-800entesca con vari tipi di forcipe e altri strumenti “di tortura” che così appaiono ai nostri occhi moderni, ma che in passato erano usati spesso a danno del feto per salvare la vita della madre.

E il Premuda riporta una frase del ‘700 ad opera di Thinne, chirurgo alla clinica di Westminster a Londra che esclamava:

 

…essere preferibile perforare sei crani fetali che perdere una donna. [15]

 

Nel ‘700 erano in voga vari tipi di forcipe che prendevano il nome dal chirurgo che li aveva perfezionati o ideati. Nella collezione vi sono il forcipe a pedali di Chassagny, quello del Frari, del Levret, dello Smellie e molti altri ancora oltre a cranioclasti, craniotomi, embriotomi, cefalotribi, decollatori, solo pronunciare il loro nome evoca sentimenti di morte e dolore.

Il Selvatico così li descrive:

 

 Per cura poi del distinto professore Lamprecht, il gabinetto si arricchì di strumenti ostetrici, fra i quali contansi circa 50 specie di forcipi, e tra questi il primo forcipe inventato dagli Arabi, rinvenuto a caso dal sullodato prof.  presso un antiquario di questa città, che lo riteneva strumento di tortura degli antichi tiranni di Padova. Questa raccolta venne arricchita con nuovi strumenti dal defunto Prof. Pastorello e dall’attuale prof. Frari per modo, che è da considerarsi una delle più ricche che in simil genere possa aversi. [16]

 

L’embriotomia era una tecnica molto praticata, sia perché il taglio cesareo sulla donna vivente era un intervento rischiosissimo e ad elevata mortalità per le complicanze a distanza, dovute a infezioni (non esistevano ancora gli antibiotici ma neanche il concetto di asepsi e antisepsi) e imperizia medica, sia per il frequente riscontro nelle partorienti di bacini viziati da rachitismo, o da malformazioni che impedivano un parto naturale e con buon esito per madre e feto. [17]

Tutto ciò giustifica il sorprendente numero di strumenti inventati in questo secolo a tale scopo, in caso di parto distocico e complicato si interveniva sul feto, vivo o morto che fosse, pur di riuscire a salvare la madre, qualora si riusciva!

Il Mariceau riporta una citazione da Tertulliano che, al 13. cap. del libro dell’Anima, dice:

 

An quin et in ipso adhuc utero infans trucidatur, necessaria crudelitate, quum in exitu obliquatus denegat partum ; matricida, ni moriatur. [18]

 

E il chirurgo francese è dello stesso parere in caso di parto difficile, pur se:

 

…però il  Chirurgo non deve praticare, che in queste estremità, e mai prima d’aver battezzato il fanciullo se si può vedere. [19]

 

 

BIBLIOTECA

Sempre al Lamprecht si deve la fondazione della Biblioteca della Clinica Ostetrica, nel 1819, che contiene una sezione di circa 370 libri antichi, dal 1500 al 1830, ben conservati, di argomento specialistico: ostetricia prevalentemente, ginecologia e malattie dei bambini, in latino, tedesco oltre che in lingua volgare.

 

Nell’inventario del Malacarne e ancora nel libro del Selvatico sono citate preparazioni anatomiche conservate “nello spirito di vino”, scheletri, feti mostruosi che ben si adattavano al gusto per la mostruosità, (eredità del pensiero medico-biologico barocco) e agli interessi teratologici del tempo.

Tutto questo serraglio non è arrivato fino a noi se non qualche preparato a secco di bacini viziati (fra cui il famoso bacino di Naegele).

 

Nonostante l’ottima riproduzione dal vero dei modelli ostetrici e il valido sussidio di questi per l’apprendimento pratico dell’arte ostetrica, Pietro Sografi (1756-1815 ), successore del Calza, affermava:

 

Dopo aver lungamente parlato e dimostrato il buon uso e la necessità di questa raccolta di modelli per apprendere l’arte di raccogliere i parti, non si creda ch’essi sieno sufficienti per far acquistare un’esatta idea della relazione delle parti tra loro, del numero dei muscoli, dei vasi, dei nervi; conviene apprendere il numero, l’ordine, la grossezza e la disposizione di queste parti sul cadavere umano, e dietro a queste traccie, e colla lettura dei grandi maestri, coll’osservazione e collo studio si acquista facilmente l’esercizio pratico giusto e ragionato dell’ostetricia. [20]

 

Gli autori

L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità

T.W. Adorno

Giovan Battista Manfredini (Bologna 1742-1789) [21]

Nasce a Bologna e si specializza in esecuzioni di opere anatomiche, soprattutto a carattere ostetrico, presso la scuola bolognese degli scultori plastici Giovanni Manzolini e Anna Morandi.

Predilesse la cera come materiale di esecuzione, pur non disdegnando la terracotta.

Nel 1785 viene iscritto, quale membro effettivo dell’Accademia Clementina, nella Classe degli Scultori Anatomici. Collaborò con i maggiori medici anatomici dell’epoca e particolarmente solido fu il sodalizio con l’anatomico bolognese Carlo Mondini e con il collega ceroplasta Alessandro Barbieri.

Al Manfredini furono commissionate le circa 60 cere ostetriche per l’insegnamento dell’ostetrico Luigi Calza allo studio patavino. Quindi passò a Modena dove, fra il 1773 e il 1776 su ordinazione di Francesco Febbrari, scolpì 52 modelli ostetrici con la collaborazione dell’anatomico Antonio Scarpa.

A Roma il Manfredini fu l’autore di 36 cere anatomiche ostetriche che il Cardinal De Zelada, nel 1779, donò  come sussidio didattico al Museo Anatomico, annesso alla scuola ospedaliera,.

Anche Mantova commissionò all’equipe Manfredini- Mondini dei preparati anatomici in cera per un corso di ostetricia dimostrativa.

Nel 1783, per il Gabinetto bolognese, egli eseguì alcuni preparati a grandezza naturale che dimostravano il sistema dei visceri, vasi e nervi. Queste cere erano parte di un programma pluriennale che prevedeva la realizzazione di varie preparazioni di tronchi umani, ognuno dei quali corredato da quattro tavole esplicative. Il progetto fu poi continuato dal Barbieri.

 

Pietro o Giovanni Battista Sandri (Bologna ?)

L’identità del secondo scultore che collaborò alla realizzazione dei modelli anatomici di Padova è dubbia.

Il Selvatico lo cita come autore delle cere con il Manfredini:

 

… altre dal bolognese Pietro Sandri [22]

 

Ed è il primo a nominarlo come Pietro.

Il Corradi cita in nota un G. B. Sandi autore delle crete del Museo Ostetrico di Bologna:

 

…perché quelle in creta furono eseguite da G.B. Sandi [23]

 

In Ars Obstetricia Bononiensis : Catalogo ed Inventario del Museo G.A. Galli è citato più volte un modellatore in creta che risponde al nome di Giovanni Battista Sandri, il quale collaborò con i coniugi Manzolini nell’allestimento della Suppellex Obstetricia. [24] I due autori che lo menzionano sono Marco Bortolotti e Claudia Pancino che insieme al Corradi citano la stessa fonte: Michele Medici nell’Elogio dei Coniugi Manzolini. [25]

Ora, il nome di Pietro Sandri proposto da Selvatico sarebbe improbabile, essendo questi nato nel 1789! Mentre sarebbe più accreditato il Giovan Battista Sandri che operò a Bologna nel periodo di poco precedente alla collezione padovana.

In più il Malacarne, nel suo inventario del Museo Ostetrico di Padova del 1807, già riporta la collezione completa con i pezzi che sono “quasi” interamente giunti fino a noi, almeno per le crete.

Questo fa supporre che per quella data non si fossero fatte aggiunte al patrimonio e che coloro che seguirono il Calza alla Cattedra abbiano arricchito la collezione solo di preparati a secco e pezzi anatomici e non modelli. Lo stesso Sografi restò in Cattedra fino al 1794, quindi sempre troppo poco per commissionare opere a Pietro Sandri (avrebbe avuto 5 anni).

Il ceroplasta Pietro Sandri realizzò nel 1811 il famoso modello in cera dell’acromegalico al Museo di Anatomia di Bologna e nel 1814 un’emulazione della Venere del Susini, una statua  in cera con sette serie di pezzi aggiunti per indicare lo stato di gravidanza dal terzo sino al nono mese, lo si vede quindi all’opera nel primo ottocento.

 

 

 

Note


[1] “L’esercizio di questa scienza è detto Arte Ostetricia; esso pei casi di parti naturali e facili viene ordinariamente affidato alle donne, le quali si dicono Comari, Mammane, Levatrici, Raccoglitrici. Deve la Levatrice essere di età non troppo avanzata, robusta di corpo, ambidestra, ben conformata nelle mani, prudente, paziente, disinteressata, decente negli abiti, moderata e dolce nel parlare, e fornita di tutte quelle cognizioni che costituiscono la scienza ostetricia”. T. Lovati, Manuale di Ostetricia Minore, 3° ed., Milano, 1868, pag. 1

[2] I compiti della levatrice sono così riassunti dal medico veronese Alessandro Benedetti (1460-1525): “L’ostetrica deve essere robusta, giovane, prudente, provvista d’una disposizione naturale a questo esercizio e alquanto audace. Cerchi tener sollevato l’animo della primipara, non dimostri eccessiva avidità di denaro, sia faceta ed ilare e sempre pronta a rimuovere in modo adeguato e rapido ogni difficoltà ed ostacolo al normale procedere del parto. Sia intelligente ed anziché perdersi in chiacchiere, non si dimostri lenta nell’operare come nel legare il cordone al neonato. E’ necessario che sia religiosa perché spesso il feto nasce come morto ed in tal caso se prima di legare il cordone viene respinto il sangue dentro, il bambino che altrimenti sarebbe morto può sopravvivere, come se avesse avuto un nutrimento. M.G. Nardi, Il pensiero ostetrico-ginecologico attraverso i secoli, Milano, Thiele  & Co., 1954.

[3] Dai Regolamenti del 1728 dell’Opera delle donne partorienti: “Il chirurgo chiamato per salassare una donna nel tempo del parto, fatta la cavata del sangue, se ne andrà via e non potrà fermarsi per vedere il parto”. S. Giordano, Dell’Ostetricia in Piemonte, Gazz. Assoc. Medica, Torino, 1857.

[4] La categoria delle “mammane” era costituita da persone di varia e discutibile provenienza e cultura. Al tempo vi si trovavano donne esperte di parto per averne assistiti molti in compagnia di altre mammane, ma anche anziane prostitute che per guadagnarsi da vivere aiutavano le donne a partorire o praticavano aborti, avendo sperimentato queste pratiche su se stesse, come pure assistevano al parto di figli illegittimi o addirittura commettevano infanticidi per conto di coloro che volevano tenere occultati questi eventi. G.Greco, Peccato, crimine e malattia tra Ottocento e Novecento, Bari, Dedalo, 1985, pag. 72

[5] “La confusione che regnava sulla data della sua istituzione era arrivata fino al punto di far dichiarare ad alcuni storici dell’ostetricia che la scuola fiorentina era stata fondata prima di quella bolognese. […] Dopo le notizie e i documenti raccolti mi sembra però definitivamente stabilito che nessuna scuola ostetrica italiana, compresa quella fiorentina, possa permettersi di accampare diritti di primogenitura sulla scuola ostetrica bolognese”. M.G. Nardi, La fondazione in Italia delle prime scuole ostetriche e la contesa priorità dell’istituzione dell’insegnamento ufficiale dell’ostetricia nelle Università di Bologna e Firenze, Riv. It. Ginecol., XXXVIII, II, 1955, pag. 184

[6] “Aloysius Calza Bononiensis: tradet artem ostetriciam … diebus extraordinariis (1767-1768)” Come riportano i Rotuli Artistarum, Pars Altera (1740-1800), n. 243, c.206 conservati nell’Archivio antico dell’Università degli Studi di Padova e citati da L. Premuda, Personaggi e vicende dell’ostetricia e della ginecologia nello studio di Padova, Padova,1958, pag. 59.

[7] G. Didi-Hubermann, Corpo di cera, circoli viziosi, in Encyclopaedia Anatomica : Collezione completa di cere anatomiche, Koln, Taschen, 1999, pag. 71.

[8] In Italia e all’estero vi fu un fiorire di collezioni in cera e spesso il nome del ceroplasta era lo stesso in diverse sedi, vista la fama raggiunta da alcuni di loro per la bravura  e la perfezione dei loro lavori. Esempi di musei  anatomici:

Firenze: La Specola Collezione ceroplastica con G. Zumbo (XVII sec.) e C. Susini (fine XVIII-XIX sec.)

Bologna: Museo delle cere anatomiche con E. Lelli, i coniugi Manzolini, C. Susini ed altri famosi ceroplasti (XVIII sec.)

Padova: Collezione ostetrica del Dip. di Scienze Ginecologiche dell’Università, con G.B. Manfredini (1769)

Modena: Museo di Storia Naturale e della Strumentazione Scientifica della Università di Modena e Reggio Emilia con G.B. Manfredini (XVIII sec.)

Roma: Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria con G.B. Manfredini (fine XVIII sec.)

Vienna: il Museo dell’Accademia Militare di Sanità Josephinum con C. Susini, voluto nel 1785 da Giuseppe II per lo studio dell’anatomia per i suoi medici militari dopo una visita a Firenze alla Specola.

Cagliari: le cere anatomiche dell’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università, di C. Susini posteriori a Firenze e Vienna (inizio XIX sec.)

[9] V. Malacarne Oggetti più interessanti di Ostetricia e di Storia Naturale esistenti nel Museo Ostetrico della Reale Università diPadova, Padova, 1807.

[10] P. Selvatico, Guida di Padova e dei  principali suoi contorni, Padova, 1869, pag. 364.

[11] L. Premuda, op. cit., pag.149.

[12] V. Malacarne, op. cit.

[13] P. Selvatico, op. cit.

[14] L. Premuda, op. cit., pag. 53.

[15] L. Premuda, op. cit., pag. 55

[16] P. Selvatico, op. cit.

[17] “In quanto à me averei più à caro oprare in questo modo in tal’occasione, che di risolvermi alla crudeltà, e barbarie dell’Incision Cesariana, della quale è assolutamente impossibile (benche l’assicurano molti impostori, de’ quali il Russet è l’Approvatore) che la Donna possa scapparla,[…] perché così facendo si salverà la Madre, che perirebbe col suo figliuolo; e come è sempre meglio passar per il camino meno pericoloso di due, quando non ve n’è altro; così deve fugirsi il peggiore, che è il soggetto, pe’l quale dobbiamo sempre preferire la vita della Madre a quella del figliuolo”. F. Mauriceau, Trattato  delle malattie delle donne gravide e delle infantate, Genevra, 1727, p. 239. Francoise Rousset nel 1581 pubblicò un’opera teorica sul taglio cesareo, Traitè nouveau de l’hysterotomatokie ou enfantement cesarienne, Parigi, 1581, tradotta in latino ebbe molto successo così come molte critiche, prima coraggiosa iniziativa di impostare il problema del taglio cesareo sulla donna viva.

[18] “Crudeltà necessaria di dar la morte in questo caso al fanciullo, piu tosto che di esentarnelo poiché farebbe senza dubbio morir la madre”. Ibidem

[19] Ibidem

[20] P. Sografi, Corso elementare dell’arte di raccogliere i parti, Tomo I,  Padova, 1788, pag. 24-25

[21] “Tali figure furono lavorate, alcune dal distinto fiorentino Gio. Batt. Manfredini…” Il Selvatico, per errore,  attribuisce all’artista origini fiorentine. In seguito il Fabbri confuterà questa affermazione riportando le giuste origini del Manfredini a Bologna, dove in quel periodo era fiorente l’arte ceroplastica. L. Premuda, op. cit. pag. 52

[22] P. Selvatico, op. cit.

[23] A. Corradi, Dell’Ostetricia in Italia : dalla metà dello scorso secolo fino al presente, Bologna, 1874, pag. 13, nota  7.

[24] “ Il Medici nell’ Elogio dei coniugi Manzolini trascrive una testimonianza di Carlo Bianconi che attribuisce le prime venti tavole in cera a Giovanni Manzolini, tutte le argille allo scultore Giovanni Battista Sandri…”M. Bortolotti in Ars Obstetricia Bononiensis : Catalogo ed inventario del Museo Ostetrico G.A. Galli, Bologna, Clueb, 1988, pag. 21. E ancora “ Galli collezionò la Suppellex Ostetricia, raccogliendo pezzi osteologici e giovandosi della collaborazione di G.B. Sandri per le preparazioni in creta e di Giovanni Manzolini e di Anna Morandi Manzolini per le preparazioni in cera” C. Pancino in Ars Obstetricia Bononiensis, op. cit., pag. 28.

[25] M.  Medici, Elogio dei Coniugi Manzolini, in Memorie dell’Accademia delle Scienze, serie III, t. VII, 1858, pagg. 3-26.

 

Webmaster: Stefano Marchiori

ultimo aggiornamento: 31-Gen-2008

Copyright (C) 2006